
«Tapoti, tapota, à petit, petit pas»
E’ a piccoli passi, quasi in punta di piedi, come vuole il suono dolce e ritmato del verso, che pagina dopo pagina entriamo nel mondo quieto e sereno delle tavole a matita punteggiate di rosa, giallo e arancione di Marion Janin. Accompagnati dall’incedere lento di una filastrocca – quasi una cantilena – e guidati da sette tucani, ci avventuriamo in una savana appena evocata, suggerita nei dettagli e mai definita, che lascia alla fantasia la libertà di spaziare nel candore dilatato delle tavole, di immaginare, di sognare.
Sottovoce, per non disturbare, salutiamo un rinoceronte rosa che ha trovato rifugio nel tronco cavo di un grande albero, un’elegante giraffa che si disseta in uno specchio d’acqua, una scimmia agile e dispettosa, due koala abbracciati, un elefante che si bagna nel fiume, una tigre che si stiracchia, sbadigliando, su un grosso ramo.
Sette, sei, cinque, quattro… uno dopo l’altro i tucani lasciano la scena, attenti, anche loro, a non far rumore. Li ritroviamo ai piedi del letto di una bambina, circondata dagli animali di pezza incontrati nel viaggio, preziosi custodi della magia del sogno.
«Tapoti, tapota, à petit, petit pas, plus un bruit, tu t’endors, bonne nuit. »
Alessandra Valtieri
Le tavole di La comptine du toucan saranno esposte presso Hoffmann, in via Altabella, 23 dal 24 Settembre al 23 Ottobre 2010. Inaugurazione della mostra Il bestiario di Marion, Venerdì 24 Settembre ore 18,30.
Archivio Pagina 2

La musica è una parte fondamentale dell’esperienza umana, un elemento naturale della vita stessa. Ogni cultura, in ogni tempo, le ha affidato la gioia delle feste, la solennità dei riti di culto, delle celebrazioni, le ha riconosciuto il potere straordinario di creare divertimento. La musica ispira, consola, esalta e commuove; si lega inscindibilmente ai nostri primi ricordi, alla memoria delle prime esperienze e non ci abbandona più. Innato è il ritmo: quello della ninnananna che accompagna verso il sonno con movenze dolci e lente, melodie e parole sussurrate, quello veloce del cavallo a dondolo che assecondiamo con il corpo, quello della pioggia che cade, dei versi degli animali, quello che ci guida nel controllo e nella coordinazione motoria. Quello stesso che ritroviamo nelle filastrocche, nelle prime canzoni che impariamo, nel gioco, e sprona il nostro corpo a seguirlo – ora veloce, ora lento – per camminare, correre, saltare e danzare. Forse è per questo che bambini e musica formano un binomio indissolubile, perché forte e indissolubile è il legame che tiene uniti musica e movimento, musica e prime esperienze sociali, emotive, fisiche, sensoriali. Ecco allora che avvicinarsi da piccoli alla musica può essere un’occasione unica e preziosa per rafforzare quello stesso rapporto istintivo che definisce anche il modo in cui cresciamo. Da piccoli non ci spaventa sbagliare, possiamo tranquillamente cantare a squarciagola, stonati come campane, senza preoccuparci del giudizio di chi ci ascolta, ballare senza riuscire a tenere il passo con il ritmo di una canzone, cantare inventando parole nuove per quelle che abbiamo dimenticato.
Battere le mani su un tamburo, scuotere le maracas, i cembali, le maniglie con i piattelli, colpire le asticelle di uno xilofono sono i primi gesti musicali che aiutano a conquistare la coordinazione necessaria per riuscire – più avanti – a formare il primo, semplice motivetto sui tasti di un pianoforte rosso lacca, a memorizzare la sequenza con cui suonare le campanelle, a strappare una nota piacevole ai fori di un flauto. E prima ancora di acquisire la disciplina necessaria allo studio di uno strumento, impariamo a prendere confidenza con quella seconda lingua fatta di ritmo, suoni, melodia e armonia, che è un mezzo di crescita e conoscenza insostituibile. Dopo di che, si può pensare di mettere insieme una VERA BANDA.
Chi, da piccolo, non ha piantato il nocciolo di un frutto appena mangiato o qualche fagiolo per poi cominciare ad aspettare, non senza impazienza, di veder spuntare le prime foglioline su uno stelo sottile e quasi trasparente? E chi non si è sentito dire che gli sarebbe nata un’anguria nella pancia, se non avesse fatto attenzione a sputare tutti i semi? Sul lungo solco che parte dal mito e dal detto popolare e burlesco per giungere alla disciplina, al rigore dell’osservazione e della pratica scientifica, germogliano universi di conoscenza e di sapienza che coinvolgono il nostro rapporto con la natura. A questi universi guardiamo fin da piccoli con stupore, avidi di scoperte, e con l’intimo desiderio di partecipazione alla loro multiforme bellezza. La natura ci emoziona, il contatto con essa offre forme e contenuti preziosi alla nostra immaginazione, alla creatività, alla capacità di stupirci, di instaurare relazioni profonde con i suoi elementi, con i paesaggi, con le piante, con gli animali, con i nostri simili. Per un bambino, giocare con la terra è forse l’attività più spontanea che si possa concepire: toccare, manipolare, fare torte di fango, scavare buche in riva al mare o innalzare dighe di sabbia che ostacolano il fluire dell’acqua portata dalle onde sono opportunità insostituibili per conoscere ed esplorare in maniera creativa l’ambiente che lo circonda.
E armato di carriola, paletta di metallo, rastrello, una piccola zappa, un innaffiatoio e guanti identici a quelli dei grandi, in piccoli vasi di coccio, in cassette di legno o aiuole a misura, eccolo pronto a seminare, a estirpare le erbacce, a bagnare il terriccio, a seguire la crescita delle piante, a curarle, a imparare ad aspettare che crescano, fioriscano e, magari, diano anche frutti. C’è chi sostiene che il bambino sia un giardiniere istintivo. Di sicuro è curioso, ama imparare facendo e adora giocare con la terra. Vive l’approccio con la natura in maniera diversa da quella di un adulto. E anche se in lui sono forti i legami e le suggestioni che sgorgano dal fiabesco, dove paesaggi sospesi nel tempo, boschi misteriosi, fiumi, mari e laghi custodiscono leggende e offrono dimora a creature prodigiose, è incapace di sottrarsi al fascino della scoperta della luce che filtra tra i rami, delle ombre, delle sfumature di colore, della setosità di un petalo o della rugosità di una foglia.
Lo sa bene Linnea, la piccola protagonista di un libro svedese tradotto in tante lingue, anche in italiano, che coltiva malvoni e balsamine nel giardino di casa sua, ha per amico un vecchio giardiniere con la passione per i fiori e per l’arte e, grazie al suo amore per le ninfee, scopre Parigi, gli Impressionisti, una grande casa rosa a Giverny, il cui splendido giardino è stato l’atelier naturale del pittore Claude Monet.
E ci insegna a guardare il mondo attraverso la delicata bellezza dei fiori.
Sandrine Valtiers (nota fioraia francese)

I Cinesi la inventarono nel 1600, nel 1817 gli Inglesi la trasformarono in contenitore per uso commerciale, sostituendola alle pesanti e molto più ingombranti casse di legno usate per la spedizione di fragili oggetti in vetro. Nel 2005 entra a pieno diritto nella gloriosa National Toy Hall of Fame, l’autorevole istituzione museale americana che, dal 1998, seleziona e include nella sua collezione i giochi e i giocattoli che hanno conquistato il rango di icona nell’immaginario infantile. E’ la scatola di cartone, l’oggetto che generazioni di bambini hanno reso protagonista assoluto di una moltitudine di giochi, facendolo diventare tutto ciò che la fantasia può suggerire. Minuscola è stata mobilio per le bambole, servendo di volta in volta a usi diversi, appena più grande – e magari con due paia di ruote disegnate sui lati lunghi e munita di una cordicella per poterla trainare – si è riciclata in un carretto su cui far scorrazzare i nostri pupazzi. E grande, tanto grande da poterci perfino entrare dentro, ha accolto tutte le storie che il gioco narrava. Senza mai cambiare forma, si è lasciata plasmare dalla fantasia che l’ha voluta casa, caverna, fortino, castello, automobile, aereo, nave, sottomarino… Là dentro tutto è sempre stato possibile, là dentro, dopo una magica notte di luglio di oltre quaranta anni fa, milioni di piccoli astronauti hanno attraversato lo spazio infinito e varcato le porte verso altre frontiere. Ce lo raccontano le strisce di Calvin e Hobbes, ce lo ricorda, nella leggerezza poetica del segno e delle parole, lo splendido libro di esordio di Antoinette Portis Not a Box, capaci di evocare il brivido, l’emozione ogni volta unica, di quell’istante in cui il confine tra l’immaginato e la realtà si dissolve e la fantasia ha il sopravvento. Non l’hanno dimenticato tanti piccoli, preziosi produttori di giocattoli di tutto il mondo, che sono stati capaci di ispirarsi alla memoria di quegli straordinari momenti di gioco senza mai finire nella trappola della citazione malinconica e dello stile retrò.
Si chiamano Kids on Roof, Villa Cartoon, Cardboard Design, Calafant, Carton Chic, solo per citarne alcuni, e nascono in Olanda, in Germania, negli Stati Uniti, in Francia. Nel design più o meno essenziale, nel concerdere più o meno alla decorazione, aperta a suggestioni di stili anche lontanissimi tra di loro, tutti hanno conservato il principio che da sempre domina quel misterioso rapporto che nasce tra il bambino e la scatola di cartone: libertà, libertà assoluta di uso, di spostamento, libertà di colorare, ritagliare, aprire finestre, fessure, buchi rotondi per vedere cosa accade al di là di quella parete sottile e ondulata, che di volta in volta crea mondi nuovi e ne definisce gli immaginari confini.
Alessandra Valtieri
Le regole del gioco: domino, tombola, memory.
Pubblicato luglio 2, 2010 Uncategorized Lascia un commento![oldnavy-harper[1]](http://schiaccianoci1.files.wordpress.com/2010/07/oldnavy-harper1.jpg?w=500)
Risolvere i problemi e apprendere. Sono queste le finalità che accomunano il memory, la tombolina e il domino di immagini, i primi giochi di società con cui il bambino si cimenta intorno ai tre anni; giochi semplici, che si concludono nel giro di pochi minuti – perché quando si è piccoli è difficile rimanere a lungo concentrati – giochi che si reggono su strategie chiare e lineari, ma che, nella loro elementarità, si rivelano strumenti preziosi per imparare a condividere le regole necessarie per giocare insieme agli altri, a usare le parole che spiegano quelle stesse regole, a mettere in essere tattiche precise, a pianificarle, a prendere decisioni. Aiutano la concentrazione, stimolano l’attenzione, la memoria e la capacità di classificare, fanno sorgere domande che esigono risposte immediate, creano il pensiero critico. Le tesserine di un memory possono suggerire associazioni basate sul principio di identità o su accostamenti logici diversi. Nel memory dei numeri il simbolo numerico si unisce alla quantità corrispondente, in quello delle ombre, l’immagine dettagliata chiede come controparte la sua silhouette. Il domino delle metà si risolve ricomponendo l’intero della figura, le tombole possono legare un dettaglio all’immagine che lo comprende, un suono a ciò che lo produce, un odore al fiore o alla sostanza che lo sprigiona. Il materiale che le compone si presta ad un uso che stimola la capacità di riconoscere, associare, raggruppare, descrivere, usando magari la lingua per creare semplici indovinelli che, sciolti, individuano l’oggetto raffigurato. Ma non solo. Questi primi giochi che abbiamo imparato a fare insieme ai più grandi, preziose guide nel dipanare con noi la matassa delle regole, ci hanno insegnato la pazienza necessaria per aspettare il nostro turno anche se avevamo voglia di scoprire subito un’altra coppia di tessere, di estrarne due, tre di fila dal sacchetto nella speranza che uscisse quella che ci serviva per fare tombola, di attaccare tutte quelle che avevamo al lungo serpente del domino, ansiosi di chiudere il gioco e terrorizzati che qualcun altro potesse farlo al posto nostro. Nella loro straordinaria combinazione di abilità, caso e fortuna ci hanno insegnato a trovare il coraggio di piccole scelte, perfino di barare goffamente, a fare i conti con la sconfitta – che non ci piaceva neanche un po’ – per poi gridare, dopo un imbronciato non è giusto: “Allora giochiamo un’altra volta!”
Alessandra Valtieri

All’inizio tutto è nuovo. E imparare è strumento necessario per la sopravvivenza. La coscienza di sé rivela al bambino il suo corpo, le braccia, le mani, i piedi; il corpo gli svela la capacità di sentire toccando, di mettere in sintonia lo sguardo con le mani per afferrare gli oggetti e avvicinarseli, di girarsi sulla pancia, di sedersi, di rialzarsi dopo essere caduto. In uno spazio di tempo brevissimo, scopre abilità motorie e sensoriali, impara a distinguere i suoni, a individuarne la direzione di provenienza e a riconoscere il suo nome.
Il gioco è la sua fonte di apprendimento, i giocattoli ne sono gli strumenti, oggetti che lasciano la loro impronta nel modo di percepire il mondo. I colori, i materiali scelti per costruirli, le forme morbide che infondono sicurezza, i piccoli dettagli che stuzzicano la curiosità, sono elementi fondamentali che aprono alla sperimentazione, suggeriscono gli usi, facilitano i modi di afferrare, invitano a mordere, lanciare, recuperare per poi allontanare di nuovo, magari in modo diverso da prima, esplorando nuovi gesti di scoperta. Nella rotondità di una palla, nella cedevolezza della stoffa, nella ruvidità, nei piccoli fori in cui infilare le dita, nei nodi, nella levigatezza del primo legno, c’è la premessa al contatto fisico e al movimento che generano accadimenti inaspettati, che aprono a opportunità di gioco sempre nuove, tutt’altro che ovvie e prevedibili. Sono i piccoli oggetti che penzolano dalla capote di una carrozzina, gli straccetti per l’allattamento che imprigionano l’odore della mamma, i libri tattili, i sonagli di stoffa da scuotere o da premere, i cubi morbidi, gli anelli da impilare, i tappeti pieni di attività da scoprire i primi giocattoli che offriamo ai bambini. Ed è fondamentale che siano semplici, perché è in quella preziosa semplicità che nascono la libertà del gioco, il legame intimo e personale con gli oggetti e con il mondo, le loro stesse storie che di volta in volta aspettano di essere reinventate.
Alessandra Valtieri
Costruzioni e parchi gioco: una passione lunga un secolo.
Pubblicato giugno 18, 2010 Uncategorized Lascia un commento
Dalla passione per il volo di un giovane costruttore di pianoforti di Lipsia, all’inizio del secolo scorso, nacquero le Kellner Steckfiguren, uno dei sistemi di costruzioni più flessibili e creativi che siano mai stati concepiti. I piccoli modelli di aeroplani e poi anche di navi che Gerog Kellner costruiva erano semplicemente perfetti, capaci di volare e scivolare sull’acqua come fossero veri. In breve tempo divennero così famosi, che, quella che all’inizio era solo una grande passione, si trasformò in un lavoro a tempo pieno. Verso la fine degli anni Venti, Georg studiò un giunto di gomma flessibile e un incastro circolare capaci di tenere insieme le varie componenti in modo stabile, ma facili da usare anche da mani piccole e poco esperte. Quel tubicino di due centimetri di lunghezza per un centimetro di diametro che chiamò Jummi divenne il suo marchio di fabbrica e fu la genesi di una straordinaria collezione di scatole di assemblaggio che entrarono nelle scuole, nelle camere dei bambini, in ogni luogo dedicato al gioco. Jummi dopo Jummi, sagoma dopo sagoma, insieme a pezzetti di feltro smerlati e dischetti di cartone forato, nascevano personaggi colorati e singolari: Gärtner Tulpe, il giardiniere che piantava tulipani, Froschlein Quak, la rana giramondo con l’ombrello, e poi Max e Else, gli orsetti Bim e Brumm, la strampalata Familie Übermut, due trapezisti, un topo, una lepre, il sultano Simsalabim con il suo elefante, la teleferica, uno strano animale dal muso a cono di nome Tim. Giocattoli che hanno attraversato la storia, che hanno cambiato pelle e sono diventati di plastica negli anni Sessanta, che hanno conosciuto l’esilio dal mercato imposto dall’economia comunista per poi tornare a noi con la preziosa bellezza del faggio levigato e pieno di colore grazie al coraggio imprenditoriale e all’amore per le cose belle di Hans Georg Kellner, due generazioni più tardi. Nipote di Georg e architetto, Hans Georg progetta e realizza parchi gioco che assomigliano ai giocattoli creati dal nonno. Della loro estetica conserva la proporzione, l’equilibrio delle parti, l’essenzialità delle forme, il colore, il piacere del contatto fisico con i materiali usati, le infinite possibilità di gioco che generano. Gli spazi che crea sono luoghi di scoperta, microcosmi governati dal movimento – che è all’origine stessa del gioco – dalla possibilità di interagire fisicamente con ciò che ci circonda. Correre, spingere, tirare, arrampicarsi, lasciarsi cadere, saltare, abbandonarsi lungo uno scivolo: così il corpo testa i limiti della propria libertà, così impariamo a confrontarci con il rischio e la paura e a gestirli in modo creativo, con agilità fisica e mentale.
Parchi che hanno nella loro estetica della semplicità la chiave che apre all’imprevisto, alla sorpresa, alla complessità dell’esperienza, alla possibilità di determinare condizioni di gioco in perpetuo divenire ma sempre cariche di profondi significati individuali.
Alessandra Valtieri
Questioni di equilibrio: la bicicletta senza pedali
Pubblicato giugno 11, 2010 Uncategorized Lascia un commento
Sulla vetrata seicentesca della chiesa di St. Giles a Stoke Poges, nella contea inglese del Buckinghamshire, è raffigurato un angelo nudo a cavallo di un’asse di legno con le estremità collegate a due grandi ruote raggiate. Che quell’effigie rappresenti la prova dell’utilizzo diffuso di un mezzo di locomozione a due ruote e senza pedali è difficile da stabilire e azzardato da affermare; di certo, però, intorno alla seconda metà del diciassettesimo secolo, esisteva già un antenato del celerifero, il bizzarro velocipede a due ruote su cui l’inventore, il conte Mede de Sivrac, percorreva i lunghi viali di Port-Royal nei burrascosi anni della Rivoluzione Francese. Bisogna comunque pazientare fino al secolo successivo e spostarsi in Germania per veder nascere ciò che, tecnicamente, è quanto di più vicino si possa immaginare alla bicicletta di moderna concezione. Spinta ancora a piedi ma dotata per la prima volta di una ruota anteriore in grado di sterzare, il 12 giugno del 1817 la Laufmaschine di Karl Drais coprì il breve tragitto che separa Mannheim da Rheinau, aprendo la strada all’universo dello spostamento su due ruote. Di fatto, quali che siano le sue origini più remote, la bicicletta di legno senza pedali vive oggi un vero e proprio rinascimento grazie, non solo, a quelle caratteristiche peculiari che la rendono straordinariamente adatta ai bambini, ma anche all’intelligente recupero che ne hanno fatto, ripensandola nelle proprorzioni, nella versatilità, nell’uso dei materiali e nel design, progettisti e produttori di tutto il mondo.
E’ il neozelandese Richard Latham a restituircela in una delle varianti più innovative, duttili ed eleganti che si conoscano. La sua Wishbone Bike nasce a New York ma torna presto alla terra d’origine, dove oggi viene fabbricata. Costruita con legno di eccellente qualità proveniente da piantagioni eco-sostenibili, con grandi ruote pneumatiche in gomma riciclata, Wishbone, l’osso dei desideri, richiama già nel nome l’osso a forcella dei volatili che ne ha ispirato il design, permettendo di concepire un oggetto che, a seconda del modo in cui viene assemblato, si adatta con straordinaria flessibilità alle diverse fasi di crescita del bambino, stimolando e assecondando una coordinazione motoria sempre più evoluta e complessa. Tre ruote per sentirsi sicuri e provare a spingersi in avanti usando i piedi. E quando si acquista confidenza, la terza ruota scompare, il telaio si trasforma e inizia l’avventura su due ruote: piedi ben saldi a terra e passo lento, incerto, poi sempre più veloce e sicuro fino a sfiorare appena il terreno per sfrecciare in perfetto equilibrio, capaci di sterzare, controllare la velocità, fermarsi e ripartire, finché non ci scopriamo pronti ad affrontare la sfida della prima bicicletta a pedali. La bicicletta senza le ruote laterali di sostegno, il primo grande rito di passaggio che ognuno di noi, bambino, ha dovuto affrontare pagando il prezzo di quella crescita con ginocchia sbucciate, ammaccature, graffi e un po’ di paura. Ma sapendo anche che la ricompensa sarebbe stata l’acquisizione di una nuova indipendenza, che non cancellava il timore della caduta, ma lo legava indissolubilmente all’ebrezza della conquista, rendendoci incapaci di sottrarci al mistero di quella forza magica che ci permetteva di volare a cavallo di due sole ruote.
Alessandra Valtieri
L’arte di Marie Compagnon, architetto e designer francese, si esprime in microarchitetture, installazioni e scenografie che plasmano lo spazio in una metamorfosi continua. La sua poetica crea universi effimeri e vive delle stesse regole del gioco di cui esplora l’infinita capacità di invenzione, ne asseconda i meccanismi, ne indica – senza mai tracciarli fino in fondo – sentieri che approdano a esiti nuovi. Con Habitadule ci restituisce il piacere puro di costruire, di fare con le mani.
Sedici grandi pannelli quadrati di cartone e sessantaquattro semidischi con tagli che convergono verso il centro invitano a creare grandi strutture tridimensionali; i piani s’intersecano, la geometria sembra abdicare al proprio rigore e l’estro interviene a sovvertire la prevedibilità del rapporto di forme tanto semplici con lo spazio.
Ecco allora nascere architetture snodate e insolite: il teatro per le marionette, un rifugio, un paravento, una capanna che fa da testata del letto, un trenino, pareti provvisorie che definiscono i luoghi deputati del gioco e le loro funzioni in modo sempre diverso. Anche la luce ha un ruolo sostanziale in Habitadule, la luce che cambia angolazione e filtra attraverso i fori grandi ritagliati nei pannelli, quelli piccoli raccolti in minuscole costellazioni, le fessure, i tagli, i punti di unione degli spigoli smussati. E come nel gioco di piegare la carta, tagliarla e aprirla di nuovo per sorprendere lo sguardo con il risultato ottenuto, anche qui il risultato del fare si svela solo con l’ultimo gesto, come per magia, quasi come sintesi di un sapere segreto.
L’idea era quella di creare giocattoli che stimolassero l’intuizione creativa, che fossero soprattutto divertenti e facili da usare ma che dessero al tempo stesso particolare rilevanza al colore, alla forma e al design e aiutassero il bambino a scoprire il rapporto degli oggetti con lo spazio. Partendo da queste premesse, lo scultore statunitense Peter Mayor, innamorato di Calder e di Mirò e ispirato dalla scultura dinamica del XX secolo, crea nel 2003 Shapescapes, un set di costruzioni in plastica composto da 90 forme organiche e figure geometriche pure multicolori che aprono al gioco infinito delle infinite possibilità di assemblaggio. Bastano anche solo pochi elementi per dar vita a stupefacenti sculture astratte o ben più riconoscibili uccelli con le ali spiegate, barche che veleggiano tra le onde, automobili, figure umane in movimento, colte nell’atto di correre o di danzare.
Qui è la fantasia a dettare legge.
Non a caso il motto è: What Shape Is Your Imagination?
Alessandra Valtieri

